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Sezione dedicata alla Quadriga Marciana


   

La splendente quadriga di bronzo dorato giunge a Venezia con il ricco bottino di guerra raccolto dai Veneziani, guidati dal doge Enrico Dandolo, dopo la conquista di Costantinopoli al termine della IV Crociata nel 1204, insieme ad altre opere di valore inestimabile, molte delle quali sono conservate ancor oggi nel Tesoro della basilica. La sistemazione dei cavalli sulla facciata della basilica, avviene probabilmente sotto il dogato di Ranieri Zeno (1253- 1268). Il mosaico che decora la lunetta sul portale di Sant'Alipio, databile intorno al 1265, ci presenta già i cavalli issati sulla facciata nella posizione che conserveranno nei secoli e che sarà celebrata nelle immagini di tanti artisti veneziani a partire dalla grande tela di Gentile Bellini con la solenne Processione in Piazza San Marco (1496). Francesco Petrarca è il primo a interrogarsi sulle loro origini; solo nel Rinascimento però si cerca di attribuire ai cavalli una paternità, accostandoli ai nomi dei grandi scultori greci, Fidia, Prassitele e infine Lisippo.

    [ Quadriga marciana ]    

Una più attenta lettura delle fonti e dei vari aspetti del gruppo si verifica solo nel '700, promossa soprattutto da G.G.Winckelmann, il fondatore dell'archeologia moderna. Si sostiene anche l'ipotesi che possa trattarsi di un'opera non greca, ma di età romana e la disputa su quest'attribuzione proseguirà nell'Ottocento e fino ai giorni nostri.
Nel dicembre del 1797, per la prima volta dopo oltre cinque secoli, i quattro cavalli abbandonano la facciata di San Marco per volere di Napoleone che li fa trasferire a Parigi. La quadriga, destinata a decorare il coronamento dell'arco trionfale del Carrousel, subisce varie aggiunte. Con la caduta di Napoleone, Antonio Canova viene incaricato del recupero e del trasporto in Italia delle opere trafugate.
Il 13 dicembre 1815, alla presenza di Francesco I d'Austria, nuovo sovrano di Venezia, i cavalli vengono restituiti alla facciata di San Marco. La preziosa quadriga in bronzo dorato, l'unica pervenuta dall'antichità, ha però subito notevoli danni, quindi prima della ricollocazione viene portata in Arsenale per essere restaurata. Altri interventi saranno necessari negli anni successivi, ed ancora la quadriga per due volte viene calata dall'arcone marciano per trovare riparo in un rifugio sicuro nel corso delle due ultime guerre mondiali.

Intorno agli anni sessanta i cavalli vengono sottoposti dall'Istituto Centrale del Restauro a una serie di indagini tecniche che ne constatano le precarie condizioni, ma vengono raccolti dati preziosi sulla storia e sulla morfologia di queste sculture. Appare però indispensabile per la futura conservazione il ricovero dei cavalli all'interno del museo marciano e la collocazione di copie all'esterno sull'arcone.

Le analisi scientifiche hanno consentito una lettura a tutto campo dell'opera.
Le sculture sono state fuse in più parti (testa, tronco, zampe, coda) con il metodo detto indiretto, cioè mediante tasselli concavi, ricavati su una forma, nei quali viene spalmata la cera che nel corso della fusione è sostituita dal metallo: operazione in questo caso particolarmente difficile, come attestano le centinaia di tasselli delle più svariate forme che tappano i difetti della fusione. Infatti la lega metallica è costituita quasi unicamente dal rame, che richiede per la fusione una temperatura molto più alta di quella del bronzo consueto: un caso molto raro, se non addirittura singolare finora per statue di queste dimensioni, ma finalizzato all'applicazione della doratura. In origine era probabilmente una doppia doratura, a foglia e a mercurio, tecnica quest'ultima diffusa soprattutto in età medio-imperiale romana. L'eccessiva brillantezza dell'oro viene spento dall'artista con un fitto tratteggio inciso nelle aree più esposte alla luce. Sugli zoccoli e sulle cavezze sono incisi dei numeri romani dei quali non si è mai chiarita la reale funzione.
Nell'autopsia dell'ultimo restauro non sono stati trovati elementi che abbiano consentito una datazione assoluta. Le perplessità rimangono e - fatto unico nella storia dell'arte antica - la loro data di nascita nelle valutazioni dei diversi studiosi oscilla ancora fra il IV secolo a.C. e il IV d.C. Tuttavia alcuni connotati come l'impiego del mercurio nella fusione, la forma dell'occhio, delle criniere e delle orecchie, la complessa forma dei tasselli impiegati per le riparazioni eseguite prima della doratura, farebbero propendere per una datazione in età romana, all'epoca di Settimio Severo nell'ambito di una scuola di artisti greco-orientali, memori e depositari ancora della grande tradizione ellenistica.

   

 

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